Ai luoghi magici

Mentre pedalo sulla cyclette di camera mia, vengono a galla i sogni che ho fatto la notte scorsa. Eravamo tornati a lavoro nell’aeroporto del cuore: ricordo di aver scattato foto ed aver abbracciato di gusto i miei colleghi dopo tutto questo tempo, dopo che eravamo diventati una famiglia poi divisa da questa bestia mondiale. Ricordo perfettamente un Air France al 102 in fase di partenza ma non ricordo te.

Non è molto che ci conosciamo, lo so, ma ci sono legami che sentono subito una forza quasi incomprensibile. Nei mesi finali del 2019 ho dato più delusioni che gioie forse, non ero interessata a niente di concreto perché semplicemente non avevo niente che valesse davvero attenzione se non il mio lavoro ed i miei amici. Non cercavo niente se non un equilibrio personale, quello che probabilmente non sono buona a trovare in qualcosa fine a se stesso. Era un po’ ciò di cui parlasti anche tu su quella lastra gelida di marmo (per non chiamarla panchina) in Piazza del Duomo a Prato dopo avermi portata a cena fuori. Sarò scema forse a dire che io ti vedevo come un ruolo “alto” rispetto a me per i ruoli che svolgiamo in aeroporto, su livelli sicuramente diversi ma lì per la stessa ragione: sbarcare in sicurezza passeggeri ed imbarcarli.

Cosa volevamo? Posso averne un’idea vaga ma è andato tutto al contrario quando aprendoti hai ascoltato ed ingerito le mie parole. Eri stupito nel non aver trovato la solita sciocca, tutta corpo e niente cervello mentre io ancora non avevo compreso la tua figura però quei tuoi occhi color miele mi rapirono e mi ferirono, poi, quando ti venne paura di aver creduto in qualcosa troppo velocemente. Al varco staff, quel giorno, io salutai tutti ma avrei voluto salutare soltanto te eppure non mi sfiorasti nemmeno per sbaglio con gli occhi. Bene o male, il nostro posto di lavoro, ci ha dato batticuori e risate ma anche freddezza. Ero attonita, eravamo intimoriti di goderci qualcosa di puro e reale, qualcosa che nessuno di noi voleva o si aspettava ma quando ci siamo incontrati per chiarire ho sentito un imbarazzo così forte che parlava da solo. Tu mi cercavi ma io non mi scioglievo e mi sentivo come quella sera in cui sei venuto a prendermi e mi hai portata a cena fuori per poi finire a parlare in Piazza del Duomo a Prato.

Sono certa che proverò lo stesso imbarazzo quando ti vedrò camminare verso di me il giorno in cui finirà la quarantena, torneremo a lavoro e torneremo ad essere noi.

A questo campo

Quante storie potrebbe raccontare quest’erba ormai incolta. Questi piccoli alberi che un tempo ci davano frutti profumati. Ci siamo passati tutti a giocare di qui, me ed i miei fratelli ma anche le mie cugine ed oggi i miei nipoti.

Mi ricordo quando era pieno di ortaggi: angurie e poponi d’estate, pomodori, carciofi, insalate varie ma anche galline che producevano uova. A volte facevamo a gara per prenderle appena la gallina andava via e le lasciava lì per noi ma io ero soprattutto appassionata di zolle: a volte arrivava un signore che con un trattore arava la terra per poter esser seminata di nuovo e mia nonna mi chiedeva sempre di aiutarla a prendere i lombrichi che uscivano per poi metterli in un secchiello. Sarebbe stato il pasto delle galline. Mi divertiva e non tornavo mai a casa se non avevo almeno sporcato un po’ i miei pantaloni, un po’ come quando stavamo sul prato ed i ginocchi diventavano verdi.

Quando le zolle di terra seccavano, facevamo un gioco con mia cugina: saltavamo come fossero stati una sorta di scogli. Chi cadeva era come se fosse caduta nella lava: è splendida la fantasia che si ha da bambini, non finisce mai ad un capriccio, c’è sempre la voglia di immaginare oltre.

Poi non parliamo dei giri in bicicletta, avanti e indietro. Sembravo potentissima! Oggi se ci provo, crepo alla seconda pedalata. Eppure ho ancora le cicatrici delle cadute. Sono splendide le cicatrici, ti ricordano l’imprudenza che hai avuto quando non avevi paura di niente e sono storie su pelle che non tornano più.

Queste margherite nel campo non smettono mai di crescere. Sono la prova vivente dei miei ricordi.

Ciò che percorri

Tempo fa composi un quadro con tante cartoline di Shanghai: sono un insieme di fotografie delle strade, dei ponti e dei principali palazzi della città. Alcune in notturna ed altre no, alcune con un cielo stupendamente azzurro ed altre con il grigiore che si faceva sentire nelle giornate peggiori (era inquinamento). Ma Shanghai in realtà, essendo sul mare, ha più giornate felici che cupe. Quando lo composi non conoscevo alcune di queste strade. Ad oggi, le ricordo tutte.

Impostavo la sveglia alle 7:15 per ogni mattina che avevo lezione alle 8:20. A seconda del clima decidevo se prendere la bicicletta e farmi 5 km tra mille motorini, autobus ed auto, oppure farmi 5 minuti a piedi, prendere la metropolitana, cambiare linea e scendere alla fermata Jiao Tong University. A me piacevano entrambe. Quando prendevo la bicicletta mi godevo il marasma delle strade, avevo imparato anche delle scorciatoie ed in fin dei conti non era così male. Mettevo la mascherina a prescindere per sentire il mio respiro caldo e non facevo mai il segno della croce prima di attraversare Jiangsu Road ma era consigliabile avere sempre gli occhi ovunque perché a Shanghai ognuno guida dove vuole; non esistono regole se non in base al colore del semaforo. Una volta verde, vanno tutti dritti ed intendo dritti anche se ci sono intoppi. Clacson ovunque, tre o quattro persone sullo stesso motorino tenuto insieme da nastro adesivo ma MAI nessun insulto perché lì la legge della strada è che nessuno sa esattamente guidare ma, allo stesso tempo, non fanno incidenti. Semplicemente si scansano l’un l’altro.

Quando optavo per la metropolitana mi piaceva tutto di tutto: il tratto di strada a piedi dal mio appartamento al ventisettesimo piano sino alla metro di Jing’an Temple era davvero bella. C’erano alberi, negozi di moda, piccoli sgabuzzini dove potevi vedere il vapore dei ravioli o dei baozi appena fatti, gatti in vetrina, panetterie alla francese e ristoranti che cambiavano in continuazione stile architettonico. Poi io ho sempre adorato la metropolitana sin dalla prima volta che la presi durante un viaggio a Londra: le persone in attesa, il vento forte di quando arriva, il caldo che è spesso troppo rispetto al clima esterno. A Shanghai poi era un discorso da milioni di persone nelle ore di punta il che diventava estenuante sopratutto dopo una giornata di lavoro.

Una volta in bicicletta stavo attraversando una strada non troppo trafficata. Davanti ad un ristorante si era accostato un furgone ed aveva le portiere aperte per scaricare delle casse di gamberi ancora vivi: ricordo che uno di questi uscì fuori dalla cassa ed iniziò a camminare sulla strada dove arrivò una macchina ed il gambero finì per diventare parte morta dell’asfalto. Diciamo che il suo destino era già segnato nonostante la voglia di libertà. Mi fece un po’ di impressione ma non avrebbe fatto fine migliore. Storie di strada, appunto.

Certi posti e certi ricordi restano dentro e sono difficili da raccontare perché sono scavati in un percorso solo nostro.

Utopia

Quel giorno stavo andando a lavoro. Dovevo essere alla scuola di Dongxiu alle 13 e mi aspettavano 25 minuti di metropolitana e 10 di bus per arrivare. Stranamente avevo trovato un posto a sedere sulla linea 3-4 che, di solito a mezzogiorno, si riempiva. Avevo un signore di fianco che fissava come tutti il telefono mentre io mi ascoltavo musica ad alto volume nelle cuffie. Mi sento toccare al braccio, come per esser chiamata: alzo gli occhi e trovo un telefono davanti a me “Hello. You are beautiful!”. Sorrido come una scema e rispondo in cinese. Nonostante gli si fossero illuminati gli occhi nel sentirmi parlare la sua lingua, inizia a scrivere imperterrito sulla tastiera e mi mostra di nuovo lo schermo: “Can you speak Chinese?”. Era ovvio che potessi, gli avevo risposto poco prima e mi rideva accanto come se avesse realizzato la sua giornata.

Mi sono capitati tantissimi episodi del genere durante il tempo trascorso in Cina ed ogni volta mi chiedevo perché ne ridevano. Potrebbe mai esistere un linguaggio universale? Un linguaggio che ci faccia comprendere a fondo che sia tra persone della stessa lingua o non? No, io non credo. Credo anzi nella bellezza del diverso. In questi giorni mio nipote mi ha detto, dopo aver scherzato sul suo aspetto, “Beh se io sono differente da voi, sono migliore, perché significa che voi invece siete tutti uguali”. Questo è stupendo e mi da da pensare.

In una società sempre alla ricerca del perfetto, si dovrebbe invece ricercare il diverso, impararne, goderne. Cercare anche di fondersi tra culture, capire che siamo tutti sullo stesso pianeta, togliere i pregiudizi e gli stereotipi. Ma quanta utopia racchiudo in questi pensieri! Che noiosa.
Nonostante questo io spero che un giorno non si trovino confini ma solo comunità, un futuro in cui non ci sentiremo cittadini di questo o quello ma cittadini del mondo. Dopo tutto non sono così diversa da Thomas More e mi sarebbe piaciuto pure vivere alla corte di Enrico VIII anche se, alla fine, il Re stesso che tanto aveva amato e servito, lo fece decapitare.

Quindi bei pensieri ma è sempre meglio mettere anche un pizzico di negatività in tutto?

Volo ai ricordi

“Bah, prenotiamo qua tanto sarà la solita città metropolitana.”
Mai parole furono spese peggio. Seoul, che città. Me ne sono innamorata come mi sono innamorata della cultura Coreana e così, dopo il mio ritorno a Shanghai, decisi di studiare un po’ di lingua Coreana.

Qualche ricerca qua e la e, alla fine, trovai una scuola di Coreano a quattro fermate metro dall’appartamento dove vivevo. Ricordo ancora la prima volta che andai alla scuola. Mi invitarono per una “prova” in cui studiammo una canzone dei BTS che, per chi non lo sapesse, sono uno dei gruppi Idol più famosi anche a livello internazionale. Diciamo che seguendo l’onda iniziata da Psy con Gangnam Style, la Corea ha avuto una forte spinta per uscire dal proprio guscio.

Arrivata alla scuola notai che ero, ovviamente come in tante altre occasioni, l’unica straniera. Erano estasiati nel vedermi e nella scuola nessuno parlava minimamente inglese perciò, la mia testa malata, decise di fare un corso base privato parlando in cinese, studiando coreano. Una sagoma proprio. Il Prof era spettacolare e si sarà detto sin da subito “Una straniera, faccia occidentale, pubblicità facile. Facciamole dei video mentre studiamo!”. Di lì la fine della mia dignità ma che risate. Questo Prof/ragazzo, perché alla fine aveva soltanto tre anni più di me, era originario di Seoul ma sua madre era scappata in tenera età dalla Corea del nord. Mi raccontò grandi linee che avendo studiato cinese decise di trasferirsi a Shanghai per cercare di portare la propria cultura qui e aveva aperto con un’amica questa catena di scuole. Mi faceva trottare eh: compiti a casa, dettati ma mi insegnava anche delle canzoncine stile filastrocche che mi facevano morire.

Avrei desiderato tanto tornare a Seoul dopo quel corso, per provare almeno qualcosa ma alla fine, come ultimo viaggio pre rientro in Italia, decisi di andare in Giappone. Sogno ancora di tornarci e lo farò, ne sono sicura. In fondo questa quarantena che ci tiene in casa ci può ancora far sognare e io non smetto mai di farlo.

난 숨쉬고 싶어 이 밤이 싫어, 이젠 깨고 싶어 꿈속이 싫어

Sapori d'infanzia

Chi ha fatto caso a questo venticello alla sera? E’ fresco, ci regala profumi naturali a cui da un po’ non facevamo caso. Sarà che inizia la primavera, sarà che la quarantena ci fa sentire odori al motto di #iostoacasa. A me tornano alla mente dei ricordi profondi: quando ero piccola (ebbene si sono stata bassa anche io) adoravo il vento. Lo adoro ancora ma adoravo quello che faceva “suonare” le foglie degli alberi dietro casa mia. Sembrava una foresta e mia nonna passava giornate a rastrellare le foglie quando cadevano in ottobre. Ma questo ricordo non era quello di cui vi volevo parlare.

Mi piaceva vedere il sole nascondersi dietro al Monte Serra, nel Pisano. Guardavo sempre stupita i getti d’acqua che andavano altissimi per irrigare i campi nel panorama e ci fantasticavo come fossero stati giochi d’acqua. Poi i miei mi preparavano sempre un tavolino sul balcone e mi portavano cena li, facendomi godere il tramonto. Sinceramente non ricordo perché volessi goderne in solitudine: forse perché certe cose si assaporano più affondo da soli. So solo che poi, a volte dopo cena, mi stendevo a terra per adorare il frescolino dopo una giornata afosa e babbo con me. In realtà è una cosa che lui fa tutt’ora. A me fa sorridere!

E ricordo anche le pesche: gli alberi nel campo ne producevano moltissime e mio fratello era fissato con la macedonia di pesche. Son quasi sicura che la parte migliore fosse il “liquido” che usciva nel tagliarle: altro che succhi di frutta. Quelli erano sapori freschi e genuini. Nonna ne tagliava molte ed io mangiavo spicchi qua e la mentre cadevano nella ciotola: “bimba se fai così, non sopperisco”. Io ci ridevo come una matta ed anche lei.

Ed ecco che parlavo del venticello di queste sere di marzo e come sono finita a parlare dei miei sapori d’infanzia, beh, io lo so.

Ad un cuore che cammina

Ai curiosi io racconto quel che passa nella mia vita perché, alla fine, chi non vuole sapere qualcosa degli altri?! Per lo meno, da me, avrete una fonte certa. Oggi mi apro così, come la ragazza innamorata della vita che forse avete letto tra le righe del mio primo articolo. E, si va bene, ne ho spezzati di cuori ma quando è stato spezzato a me è stata una grande risalita personale. Sono una che soffre molto, sono una che piange a nottate per poi trovarsi più forte al mattino e se c’è una cosa che non perdo mai, nonostante tutto, è il sorriso. Da quando lavoro in Aeroporto ho ricevuto molti complimenti per questa sorta di beatitudine che regala il mio sorriso alle persone che assisto e non solo. Beh, ne vado orgogliosa ed è l’arma più potente che io possa sfoderare.
Eppure questo sorriso si è spento diverse volte per amore. Non mi vergogno nel dire che nel Luglio del 2019 ho sopperito ad una forte perdita: la perdita dei sogni che avevo, la caduta di un palazzo che avevo costruito fatto di progetti e viaggi, che io avevo firmato fin da subito.

Mi sono sentita fallita davvero ma non per l’ennesima storia andata male ma perché io avevo veramente investito tanto su me e sulla mia età: mi ero sempre immaginata con una famiglia a quest’età e invece era svanito anche quel sogno. Sono l’unica a sapere quanto, durante la prova d’abito di mio fratello per il suo stupendo matrimonio, io abbia patito e forse mamma me lo leggeva negli occhi ma… Il tempo cura tutto! Anzi, non solo il tempo ma anche la grinta, le rivincite ed il sorriso mio. Così, sebbene avessi già iniziato il mio percorso in Aeroporto, questa voglia di andare avanti me l’ha fatto apprezzare ancor di più ed è stata la più grande soddisfazione per me.

I mesi successivi sono stati belli movimentati. A lavoro, durante l’estate, abbiamo trottato davvero ed è ciò che ci manca totalmente adesso. Poi ho deciso di trasferirmi a Firenze ed è iniziata la fase di “singletudine” più genuina e senza freni. Non menzionerò le occasioni in cui ho fatto dei casini e ho fatto bruciare dei cuori ma, a trent’anni, quando vedi coetanee con figli (il che a me mette ansia tutt’ora), chi te lo fa fare di non divertirti un po’?!
Ma tanto so come sono. Posso avere i miei divertimenti, posso sentirmi leggera da pensieri poi arriva il fulmine a ciel sereno in un luogo dove credevo di aver visto tutti almeno una volta, anche solo di passaggio, anche solo nel dare un foglio sottobordo. Invece no! Io quel gioiello non l’avevo visto.

Notifica da Facebook “M ti ha inviato una richiesta d’amicizia”: ma chi è questo nome strano?! Mi dissi “ecco l’ennesimo caso umano!”. Amicizie dell’aeroporto in comune, lavora qui, chissà cosa cerca. Ok dai, lo accetto. Nessun messaggio, due mi piace alle mie foto e come sempre il primo messaggio lo invio io.


Allora eccoci qua: “Ciao Rampa”.

L'esterno noi

Credo che ogni volta fosse intorno alle 18, indicativamente le 10 di mattina in Italia. Arrivavo a casa, indossavo leggins, maglietta, scarpe sportive e partivo. La musica nelle cuffiette era fondamentale e in quel periodo prevalentemente K-Pop. Scendevo undici piani con l’ascensore, attraversavo la strada lasciandomi la metropolitana alle spalle e iniziavo a correre. Io,in realtà, ho sempre odiato correre: scomodo per le mie forme prosperose e noioso. Eppure quelle sere a Shanghai mi andava proprio e m stupivo pure del fatto che non mi fermassi. Mi sentivo leggera nel farlo.

Spesso e volentieri mettevo la mascherina così respiravo il caldo che emanavo io stessa. Quel parco dove andavo era carinissimo e pieno di gatti randagi e, sopratutto in quel periodo, si riempiva di cucciolate ma non mi fermavo anzi acceleravo. Mi sentivo un po’ osservata a volte, forse troppo ma quest’empatia che mi porto dietro capiva anche quello.

In Cina non sono abituati a certe forme anzi, spesso e volentieri ti danno della grassa senza se e senza ma. Sono semplicemente abituati a stereotipi di bellezza molto diversi! Per esempio una come me nel Medio Oriente o in India sarebbe piena di pretendenti. Anche la storia in fondo ne ha dati di stereotipi, basta pensare ai tempi più recenti: negli anni ’60 la modella più in voga era Twiggy Lawson, magrissima, quasi androgina mentre oggi c’è questa mania dei sederi enormi, la vita stretta stile Kardashian (anche se plastificati).

Ma perché esiste questa ricerca della perfezione ostentata?
E a quei tempi Cicerone disse:
“Stai pur certo che non sei tu ad essere mortale, ma solo il tuo corpo. Perché ciò che la tua forma esterna rivela agli uomini non è te stesso; lo spirito è la vera essenza di se stessi, non la figura fisica che può essere indicata col tuo dito.”

Stesa su quello scoglio

Grazie, Mira Sorrenti. Le note della tua arpa su Spotify mi fanno immaginare e rilassare. Che bello strumento: mi ricordo che durante le lezioni di musica alle medie il professore ci fece studiare diversi strumenti a corda ed io ne rimasi subito affascinata. Sarà che in fondo l’arpa è uno degli strumenti più antichi della storia ed i primi a suonarla furono i Sumeri, addirittura. Io se chiudo gli occhi immagino la leggiadria di dita che pizzicano le corde ed un velo che vola in aria. Mi distrae, quasi mi porta fuori, quasi mi porta ad immaginare il mare che non è una delle mie grandi passioni ma quanto sono belle le onde ed il loro incessante danzare.

Ricordo una sera di inizio Luglio: ero sugli scogli di notte e le guardavo andare e venire poi guardavo al cielo. Mi facevo tante domande e non nego che qualche lacrima scese nel cercare risposte. Non so definire come mi sentissi in quel momento. Non ero sola, non mi sentivo sola ma avevo anzi tanta voglia di vivere e non pensare, di fare ciò che mi andava senza giudicarmi. Era quella una sorta di libertà? Quella libertà era come un drink che bevi per la sete ma sai che non ti disseterà affatto: ti cambia il sapore in bocca ma dopo poco anche quello svanirà ed i pensieri, i dolori irrisolti torneranno ad essere sete. Ma ne bevvi.

Ma anche il vento, quello tra i capelli con la musica alta in un’auto che va nel posto in cui ho deciso di andare. E quei capelli li lasciai andare con esso e pure le lacrime si portava via. Era un misto dolore e libertà, un misto di emozioni così opposte da restare per sempre nel registro del mio cuore. Si, è come un registro: mi basta una parola, un ricordo, una canzone per tornare a dove ero nell’esatto momento in cui le ho provate. E mi sento fragile come fosse ORA.

Grazie, mia mente. Grazie, mio cuore

Carta d'imbarco

La scorsa notte la mia sveglia ha suonato alle 3:05. E’ pesante una levataccia del genere ma non sento mai la fatica. Faccio le mie solite cose post risveglio, mi preparo, metto degli orecchini che diano un senso alla solita divisa sempre uguale e penso se possano in qualche modo intonarsi al giaccone arancione che devo mettere. Alle 3:42 sono al varco staff, apro la porta con il mio tesserino e faccio tutti i controlli per entrare in Aeroporto ed inizia così il mio turno di 8 ore tra imbarchi e sbarchi, tra i racconti dei passeggeri e le risate dei colleghi. Oggi poi è una giornata particolare perché, appena finito il turno, devo correre a casa a finire di preparare le ultime cose in valigia.

Alle ore 17:30 sarebbe meglio trovarsi di nuovo in Aeroporto anche se il check-in online lo abbiamo fatto. Spero davvero di poter stare in cockpit con te. Il viaggio per Vienna è breve quindi probabilmente ne avremo la possibilità. Ma la realtà è che oggi mi alzo alle 9:30, non vado a lavoro, non preparo la valigia ne parto per Vienna ed è bene così. C’è qualcosa di più importante da salvaguardare per noi e per tutti; la nostra salute, il nostro benessere.

Sono sicura che tutto quello che ci eravamo prefissati di fare lo faremo con ancor più entusiasmo. Ma se fosse stato come ho descritto poco fa, ti avrei detto “ti sei dimenticato qualcosa?”, mi sarei fermata a salutare anche chi non conosco del Duty Free, ci saremmo presi il solito caffè al bar dei gate ed avremmo fatto caso a tutte le procedure per la partenza. Chissà che emozione avremmo provato ma non importa, io rido solo a pensarci. E’ tutto ancora lì, ad un passo, basta avere la pazienza, avere fiducia nel tempo e nelle cose belle.

Eppure, adesso penso, che alle 15:10 di un lunedì di dicembre io ti vedevo e tu vedevi me perché io, in realtà, non ti avevo mai visto con gli occhi di chi guarda davvero.