Ai Passeggeri Top

Ragionando di lunghi viaggi e di passeggeri memorabili seduti di fianco a me, non posso non scrivere un articolo a parte per il volo Shanghai – Kuala Lumpur. Era una giornata come tante altre, andai a lavoro ed uscii con due ore di permesso per poter prendere l’aereo che mi avrebbe portata per la prima volta in Malesia. Ormai ero esperta di viaggi, sapevo muovermi benissimo per Shanghai, chiamare taxi con DiDi e fare tutti i controlli dovuti. Non che io sia mai stata imbranata in questo. Da una parte, anzi, credo sia una dote innata il saper orientarsi e non aver paura di ciò che non si conosce, che sia una grande città o l’interfacciarsi a persone di altre culture. Mi sono sempre sentita cittadina del mondo.

L’imbarco stava per iniziare e noto un ragazzo bello rotondo in attesa poco più avanti di me nella fila. Il caso volle che riconoscessi dal colore del suo passaporto che era Coreano e i miei occhi si illuminarono subito. La scoperta più interessante avvenne quando arrivai alla fila del mio biglietto ed avevo accanto proprio lui. Si alzò subito e mi aiutò con la mia valigia. Devo dire che stava a mala pena nel sedile ed aveva pure la fila centrale. Dal lato finestrino era già seduta una ragazza che, non sappiamo come, si era già addormentata seduta stante. Io credo molto nel destino o comunque credo che due persone affini finiranno per trovarsi e successe che la mia faccia sorridesse nell’avere accanto un Coreano proprio perché avevo visitato Seoul poche settimane prima e ne ero rimasta entusiasta. Che ci crediate o meno il volo durò 4 ore e qualche decina di minuti: noi non facemmo altro che parlare per tutta la durata del volo. Era come una connessione, volevamo sapere più l’uno dell’altro e vi giuro non ci siamo mai presentati di nome ne ci siamo scambiati alcun tipo di social (e me ne pento tutt’ora).

Gli argomenti andavano fluidi. Per lo più era la mia curiosità a vincere, chiedendo sempre più riguardo alla sua cultura di cui mi ero innamorata: K-Pop, chirurgia estetica in Korea, stile di vita, moda. E come rideva a vedere che me ne interessavo! Addirittura mi insegnò delle parole in Malesiano. Era su quel volo perchè stava tornando a casa dove si era ormai trasferito da anni e anni con la sua famiglia. Era un Coreano/Malesiano andato a Shanghai per lavoro. Una volta scesi, lo persi un po’ tra la folla e il controllo passaporti ma lo intravidi al ritiro bagagli dove mi indicò da lontano l’uscita che ancora ricordo si dicesse “Keluar”. Di lì sparì e fu, ad oggi, il passeggero migliore che sia capitato di fianco a me.

Tutto ciò che esiste nell’universo è frutto del caso e della curiosità.

All’arte

Quando spalanco le persiane, in una giornata così grigia e fresca, respiro un po’ d’aria e ringrazio il tempo: lo amo da morire. Oggi mi ricorda quella pioggia di Londra: era agosto eppure il tempo mi regalava queste gioie. Mi ero svegliata ed avevo preparato un bel tè caldo. L’appartamento/studio era vicino a Regent’s Park in un area molto tranquilla di Londra vicina anche alla stazione ferroviaria di St Pancras. Chi mi conosce bene sa che mi sento un po’ inglese dentro: scorre pioggia nelle mie vene, sono appassionata di storia inglese e adoro quelle finestrone caratteristiche su cui sedersi per guardare fuori. Ed ero proprio lì mentre pioveva. Un po’ guardavo fuori e un po’ studiavo la cartina perché, quel giorno, volevo assolutamente vedere il quadro “Ophelia” di Millais esposto alla Tate Britain.

Scesa alla fermata della metro Plimco, inizio a camminare per raggiungere il museo. Pioveva ancora e mi ricordo che per terra c’erano delle foglie di colori stupendi e avevo anche paura di scivolarci sopra.
Come la maggior parte dei musei di Londra, l’ingresso era libero e io non volevo veder altro che quadri d’arte Preraffaellita. Stupende figure femminili d’epoca vittoriana che, con la loro bellezza, rappresentavano scene mitologiche, drammatiche riprese da poemi classici. Di fatti Ophelia, per chi non lo sapesse, era colei che si innamorò fino alla pazzia di Amleto e che fece anche la fine peggiore morendo annegata in un fiume coperta di fiori. La sua storia mi ha affascinato dalla prima volta che ho letto quest’opera di Shakespeare perché arriva alla pazzia, arriva a non sostenere più morti e rifiuti e la sua morte è poetica, descritta con dei versi meravigliosi.

Ma non c’era. Cercavo quel quadro ovunque e alla fine chiesi ad un addetto museale dove fosse: “Mi dispiace ma è in una mostra temporanea a Mosca. Dovrebbe rientrare tra un’anno, torni a trovarci!”. Feci una faccia!
Pochi conoscono la storia che segna tristemente quel quadro: la modella, Elizabeth Siddal dovette immergersi in una vasca piena d’acqua al fine di far dipingere più fedelmente possibile Millais. Aveva delle luci che la riscaldavano ma si ruppero ben presto e questo causò una bronchite che provocò forti problemi di salute alla Siddal. Fu l’inizio di una vita turbolenta fatta di aborti e forti depressioni.

Il suo volto e i suoi capelli rossi resteranno per sempre nella storia dell’arte.

Ai lunghi viaggi

Fantastico. Ascoltando una canzone di Anna Oxa mi sono vista su uno di quegli aerei che ho preso in solitaria, quelli da 12 ore, quelli intercontinentali. Non menzionerò il primissimo perché era tutto nuovo. Menzionerò anzi quelli che ho avuto in seguito, come fossi stata addestrata o pensassi di addestrare chi si è sempre chiesto “cosa fa una persona durante un volo così lungo”.

Innanzitutto devo dire che i miei viaggi per e dalla Cina hanno raggiunto spesso un totale tra le 15 e le 18 ore, tra scali e attese. Anzi una volta anche di più. Inizio col dire che non è un qualcosa a cui ci si abitua (o almeno per me non lo è stato) perché ogni viaggio ha un motivo a se, un qualcosa che lasci e un qualcosa che vai a trovare.
A sentire quella canzone mi sono ricordata di quando la stavo ascoltando su in seggiolino rigorosamente accanto al finestrino su un volo Doha-Shanghai. Stavo tornando in Cina dopo aver passato qualche settimana a casa con i miei familiari e i miei amici. Si, va bene… Frignavo! Diciamo pure che il momento di pianto l’ho avuto in ogni volo intercontinentale: una sentimentale come me, a cui basta una canzone per tirar fuori un ricordo è logico che sia anche emozionata nel pensare che ero stata bene a casa con tutti, ripercorrevo nella testa ciò che avevo fatto insieme a tutti. A volte invece piangevo nel tornare in Italia per l’euforia.

Tutto questo non significa che stessi male in Cina, piuttosto che comunque vada casa è casa e non c’è niente di lontanamente simile in qualsiasi posto tu possa vivere.

Su un volo Shanghai-Bangkok ebbi la curiosa fortuna di avere accanto a me un signore Tailandese: non capivo una mazza di quello che diceva ma appena passavano le hostess insisteva perché fossi servita prima di lui, con una gentilezza stupenda. Come mi divertivo a buttare sguardi sul suo quotidiano. Mi piaceva per le scritte in thailandese, così piene di ghirigori.

Non posso invece dimenticare il volo Zurigo-Shanghai dove il mio vicino, un cinese bello cicciottello, sì mangiò qualsiasi cosa possibile ed immaginabile e osò pure chiedermi la roba che non mi andava. Mi faceva morire! E lo vidi pure sull’ascensore all’uscita dell’aeroporto di Pudong.

E chissà, magari anche loro si ricordano di me per qualcosa.

Ai romantici

Mentre pranzavo ho visto alla TV una cosa che mi ha riportata indietro, precisamente a tre mesi fa quando mi trovavo nel castello di Gradara. Era un luogo che avevo già visto quando ero piccola in una delle estati in cui soggiornavamo sulla costa adriatica.

Gradara è un piccolo borgo ma ricco di sentimento: sembra sia proprio stato da sfondo alla tragedia romantica di Paolo e Francesca, conosciuti soprattutto per il quinto canto dell’Inferno di Dante. Quel giorno il tempo era splendido. Peccava solo un vento abbastanza gelido ma gradevole dopotutto. La cosa più bella fu che non c’era nessuno. Seppur piccolo è un po’ come San Marino, spesso abbastanza colmo di turisti eppure scegliemmo proprio il periodo migliore. Durante il pomeriggio andammo a visitare il castello più affondo: Milos ormai era preso a scattare foto ovunque. Lui non c’era mai stato.

Io amo visitare tutto ciò che riprende la mia passione per la storia perché mi piace studiare ciò che non conosco. Mi documento e rimango sempre sbalordita per le curiosità di un luogo che ha visto molte persone durante il corso dei secoli. Il medioevo è per me l’epoca più romantica, l’epoca più cruda, l’epoca in cui non potevi fidarti di nessuno ma pur di portare alto il tuo stemma, la tua casata, passavi sopra a tutto. C’era quel senso di appartenenza che adesso è andato perso. C’era quella pazienza, quella riverenza sempre. Ho insomma un’idea tutta mia di un periodo pieno di passione generale.

Passando di stanza in stanza, arrivammo nella famosa camera di Francesca: era una ragazza del 1200 data in sposa per pura politica a Gianciotto Malatesta. Eppure, come narra anche Dante, il suo amore era per Paolo, fratello di Gianciotto ed una volta scoperti vennero uccisi entrambi proprio nella stanza di Francesca.

Mentre Milos si guardava intorno, fotografando il letto di Francesca, io leggevo proprio quella parte del quinto canto dell’Inferno:

“Noi leggevamo un giorno per diletto
   Di Lancillotto, come amor lo strinse:
     Soli eravamo e senza alcun sospetto.
Per più fiate gli occhi ci sospinse
     Quella lettura, e scolorocci il viso:
     Ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disiato riso
     Esser baciato da cotanto amante,
     Questi, che mai da me non fia diviso,
La bocca mi baciò tutto tremante:
     Galeotto fu il libro e chi lo scrisse;
     Quel giorno più non vi leggemmo avante”

Immergendomi nella lettura, questa mi emozionó ma appena rialzai gli occhi Milos si avvicinò a me e mi disse: “Noi non abbiamo nessuno a spiarci” e mi baciò.

Ai colori Thai

Di solito quando inizio a scrivere è perché qualcosa come un’odore, una sensazione, talvolta anche un sogno mi danno ispirazione e mi riportano a galla ricordi nascosti. Ed è logico che mi piaccia condividerli, non solo per avere un ritratto personale da tenere qui per sempre ma anche perché scaturisco curiosità a coloro che mi leggono con gioia.

Stamattina ho chiuso gli occhi e ho visto delle ceramiche colorate. Non so perché sono finita lì con il pensiero ma stavo sicuramente visitando Wat Arun, a Bangkok. Era febbraio dello scorso anno. Il viaggio fu decisamente last minute, per lavoro e per un futuro spostamento in Thailandia (che non è mai avvenuto in realtà). Bangkok è un casino ma è stupenda per questo. Le strade affollate da tuk tuk, taxi e motorini vari. I marciapiedi dissestati e la frutta fresca paradisiaca. Il caldo è afoso proprio come viene descritto e i condizionatori servono il giusto.

Si, mi viene proprio in mente il film “Hangover II” non per la trama ma per gli scenari. In una scena si intravede, ovviamente, Wat Arun: è un complesso di templi buddisti decorati con stucchi e piccoli pezzi di ceramica. Da lontano sembra monocromatico o quasi ma appena ci si avvicina iniziano i colori delle ceramiche. Le scale sono ripide e non si ha accesso per arrivare sino alla vetta ma saliamo abbastanza per vederla da un buon punto di vista. Sorrido nel ricordare i cartelli con su scritto “Vergogna per chi tatua sulla pelle Buddha”. Beh, ad ognuno il suo punto di vista! Si arriva a Wat Arun solo via battello ed è meglio andarci in mattinata o per il tramonto onde evitare mandrie di turisti che pur di fare fotografie, ti salgono sui piedi.

Ciò che rende bella una città tropicale è la varietà di cose che si possono trovare: dalla zona ultra moderna alle persone che vivono sulle long boat, dalla metropolitana corta ma efficiente al giro di prostituzione libera in strada. Purtroppo la Thailandia è sempre stata conosciuta per questo e devo dire che una gran fetta del turismo occidentale va a Bangkok, piuttosto che Pattaya, proprio per la prostituzione. Come si suol dire: il mondo è bello perché vario oppure, oserei, c’è chi lo fa alla luce del sole e chi lo nasconde. In fin dei conti ciò che ci scandalizza viene fatto anche attorno a noi solo che non ce ne rendiamo conto perché fatto in maniera diversa.

Ogni luogo è bello proprio per le sue diversità e voglio citare qui una frase dal film “The Beach” :
“Si viaggia migliaia di miglia per poi guardare la tv e alloggiare in un posto che ha gli stessi comfort di casa nostra. Dovete chiedervi: tutto questo a che serve?”

Agli episodi Finlandesi

Questo clima è la bellezza. Non sono mai stata da sole pieno e 40 gradi, anzi, mi ritengo un po’ nordica dentro. Preferisco la pioggia, le nubi che corrono, le pozzanghere e l’odore di un prato bagnato. Quando ho avuto l’occasione di passare qualche mese in Finlandia, non posso dire fosse sempre piovoso ma le temperature erano perfette per me.

Töölö è una bellissima area di Helsinki e la famiglia che mi ospitava come au pair abitava proprio li. Ricordo ancora quando feci scalo a Dusseldorf: ero eccitatissima per questa nuova esperienza ed arrivò all’improvviso. Il volo fu uno dei peggiori che abbia mai preso (per non parlare di quando attraversai fulmini e saette in Vietnam) a causa di un temporale sulla Germania e appena atterrata pensavo solo al colore della felpa indossata dal papà del bimbo che avrei dovuto accudire. Mi venne a prendere e andammo dritti verso l’appartamento, erano le 23 circa ma sembravano le 18. In Finlandia nei mesi primaverili/estivi ci sono ore di luce interminabili ed i Finlandesi ne godono andando a fare jogging a mezzanotte. Devo ammettere che a primo impatto sembrò surreale: le finestre non avevano persiane o tapparelle, solo tende e la luce entrava proprio bene.

La prima settimana dormii poco poi mi abituai gradualmente. Le giornate andavano tra un giro in bicicletta nei parchi super attrezzati per i bambini della città, alle passeggiate serali in centro. Mi capitava spesso di mettere le cuffie e camminare fino alle Esplanadi poi mi fermavo sul molo a guardare le barche ondeggiare. La storia più indimenticabile è stata sicuramente quella legata al mio bel gelato gusto Oreo: conobbi tramite un gruppo Facebook una ragazza italiana che lavorava in un ristorante. Dopo aver fatto un giro per il centro, prendemmo un gelato. Costava 3,50€ a pallina ed, evitando di imprecare, presi il gusto Oreo: credo di avergli dato una leccata e mezzo prima di perderlo per sempre. Ora penserete “Ti sarà caduto di mano come una vera imbranata” ma la storia sarebbe troppo scontata. Me lo rubò di mano un gabbiano e se lo portò via lontano. Io rimasi attonita ma resta e resterà sempre e comunque il racconto più esilarante che mi porto dietro dalla Finlandia.

I fine settimana li avevo liberi per me ma spesso e volentieri passavo il mio tempo con la famiglia che mi ospitava. Un weekend partimmo con amici loro verso Visavuorentie che dista circa 130 km dalla capitale: ci invitò una coppia che aveva un cottage che si affacciava su uno dei mille milioni di laghi della Finlandia. Era uno spettacolo: gli interni erano in legno e non mancavano pelli d’orso ed altri animali. Non che ne sia particolarmente attratta ma sono i tipici decori nordici. Ci fecero vedere tutte le stanze e, per ogni camera, decisero di farci stare una coppia o l’altra. Poi arrivai io, che ero sola. La mia camera era praticamente un’angolo della casa, con due pareti su quattro completamente a vetro e fuori non c’era altro che alberi, foreste. A parte la luce che entrava ovunque (le tende erano pressappoco inesistenti), dormii pochissimo perché avevo una paura tremenda stile film horror. “E se appare qualcuno dal bosco? E se passa un’orso?”. Il giorno seguente ecco che arriva la famigerata sauna. Uomini e donne separati, chi decise di farla completamente senza vestiti, chi con il costume. Io ci durai 7 minuti contati: era a 65 gradi! Addirittura il pendente che avevo alla collanina si surriscaldò così tanto che ho ancora una cicatrice alla base del collo. E non contenti, alcuni, si tuffarono nelle acque gelide del lago.

Io li guardavo bella al caldo da dentro il cottage e pensavo, però, che vista stupenda.

Al mio lavoro del cuore

Cerco nel buio il telefono per farlo star zitto: sono le 3:15 di notte/mattina. In una frazione di secondo cambio dal maledire questo turno al “io amo il mio lavoro”. Non sono mai stata una che si sveglia ore prima per truccarsi, prepararsi. Un quarto d’ora e sono pronta. La macchina è fredda ma sto già pensando a dove poter parcheggiare. Credo proprio che andrò nella via di Mario per farmi quei metri a piedi che, a quest’ora, sono tranquillissimi da percorrere. Mi incammino e dopo poco sono al Varco Staff. Toccarsi il petto per sentire se il tesserino è sempre lì, è d’obbligo. Struscio, entro e preparo la vaschetta per il metal detector ma guarda caso mi tocca fare due volte avanti ed indietro perché’ “mi suona qualcosa” e intanto, seppur siano le 3:45, iniziano le risate con i ragazzi della sicurezza… tanto sono loro che mi fanno suonare!

Entro in Air side ed è il silenzio: mi giro intorno per vedere gli aerei parcheggiati e anche questa mattina si lavora. C’è pure un Vueling al 300. Spero di non avere assistenze lì che con l’ambulift ci vuole un secolo ad andare e tornare. Intanto arrivo in ufficio ed accendo luce, pc, radio. Dopo pochi minuti arriva il mio collega ed iniziano a connettersi le idee per la giornata. La lista è abbastanza piena di prenotazioni sopratutto sui voli CTA e PMO ma ormai siamo super efficienti. Sinceramente penso già alla colazione delle 6:30 ed ecco che arriva la prima chiamata dai check in con le prime assistenze in partenza. Andiamo!

Ah bene a sapersi. Stamattina in turno ci sono molte persone con le quali ho stretto amicizia ai check in, alla sicurezza. Le battute non mancano mai, anche nei momenti di tensione. Non faccio in tempo a passare il Duty Free che ricevo altre chiamate per altre assistenze dal Customer: corro. Porto la mia assistenza al Gate 2 e torno di fretta nel Terminal. Do uno sguardo veloce alle sedie e richiamo il mio collega, impegnato con una S su Fiumicino. Sorrido nel vedere che anche Milos si è svegliato: mi ha appena inviato un messaggio Whatsapp e tra poco entrerà a lavoro. Sicuramente sarà in servizio al 102. Magari riesco a gestire la S prenotata su quel volo così posso vederlo un po’.

Sono già le 5:40 e tra poco inizieranno gli imbarchi. Non ricordo chi entra in turno alle 6 ma ecco che mi arriva la chiamata che aspettavo. “…Vieni vieni ai Gate e per favore avvicina la macchina e fammi l’imbarco di Francoforte. Quando hai fatto ci vediamo al bar”. Preparo la Signora per salire sull’ ambulift. Ormai so le procedure a memoria ma le accortezze non sono mai scontate e, non appena mi volto, vedo Milos chinato sul suo Tablet a scrivere chissà che cosa sotto bordo. Prima non gli ho detto che avrei pensato alla S sul Fiumicino ed infatti mi faccio trovare proprio davanti il portellone quando le assistenti di volo lo aprono. Quegli occhi mi fanno sobbalzare ogni volta, non c’è verso.

La Signora è comoda, io sono pronta per una bella colazione. La pancia esige un cornetto ed un cappuccino. Scendo a piedi dalle scale e Milos mi butta un bacio furtivamente mentre gli consegno lo statino: “Ci vediamo dopo”. Ed ecco che le prime ore di lavoro sono andate, le partenze sono state effettuate come sempre in maniera ottimale. Ho già visto dal telefono che ci sono delle mail da leggere e ne approfitto proprio per farlo aspettando i miei colleghi.

Il sole sorge su Peretola ed il Barcellona in arrivo è un pò in ritardo.
Io tutto questo l’ho già vissuto e voglio, voglio riviverlo ancora.

Ai monsoni

Il cielo era coperto di nubi chiare, il mare era l’unica cosa simil azzurra che vedevo. Iniziò a piovere ma non era una pioggia normale: la Thailandia è colpita almeno una volta al giorno da monsoni tropicali. Era uno spettacolo, quasi non vedevo il panorama dal balcone di camera ed era caldissimo. Non appena si calmò un po’, non resistetti e andai fuori. Avevo ciabatte, pantaloncini corti grigi ed una semplice maglietta. Non mi interessava della sabbia che mi infastidiva mentre camminavo, non mi interessava dei capelli ormai completamente bagnati ne avevo paura riprendesse a piovere fortissimo: certe esperienze, se non si vivono subito, non si porteranno mai dentro.

Scesi verso il villaggio. Tutti erano al riparo ma altri, come me, continuavano a camminare lungo la stradina che passava per le baracchine ed i negozietti. Alla fine di questa stradina c’era una sorta di passaggio ad arco. Non sapevo sinceramente dove stessi andando a finire ma ci passai sotto e si aprì, davanti ai miei occhi, lo spettacolo più bello ed emozionante che i miei occhi avessero mai visto. Ero sulla spiaggia di Railay West.
Io non so cosa sia il paradiso, non so cosa si provi a farne parte ma so per certo che un colpo al cuore così non trova abbastanza parole per esser descritto. E pioveva. Il mare era lontano forse 50 metri da me, la spiaggia era lunga a perdita d’occhio e si interrompeva da ambedue i lati da scogliere fitte di vegetazione. Il mare era leggermente mosso e le long boat danzavano con le onde. So solo che c’ero io ed altre 15 persone ma sembravamo niente in confronto alla vastità di questa meraviglia. Tolsi le ciabatte e mi sentii parte della sabbia bagnata e morbida.

Non sono amante dell’estate, non sono amante del sole cocente però so che quando mi immergo mi sento un po’ a casa. Quando mi capita, sto a galla e chiudo gli occhi: con gli orecchi sott’acqua ascolto le onde e i rumori. Andai a scoprire la spiaggia di Phra Nang, fotografata e rifotografata per quello scoglio in mezzo al mare. Portai con me la coroncina di fiori per fare qualche fotografia. Nuotai fino allo scoglio e rimasi li a guardare la spiaggia in lontananza. La bellezza di quel posto non era certo caratterizzata dalle acque più cristalline del mondo ma tutto l’insieme: non sono mai stata appassionata di perfezione, piuttosto di qualcosa che nelle sue imperfezioni faccia la differenza.

E piovve, piovve ancora e non c’era cosa più bella.

Ai luoghi indimenticabili

Fine agosto 2018. L’aeroporto di Krabi è stato uno dei più piccoli che io abbia mai visto. Era notte, tutti i negozi (ce ne saranno stati a dir tanto cinque) erano chiusi, nessuna linea WiFi. Non sapevo come chiamare il tizio che doveva venirmi a prendere ma improvvisamente e per fortuna apparì un signore che prese le valigie e, facendosi capire a modo suo, mi dette acqua fresca e salviette che profumavano di limone. La reception del resort mi assicurò tutti i passaggi per arrivare sino a loro: uno shuttle, una long boat ed un tuk tuk. A quanto dissero, questo posto, non era raggiungibile via macchina e così fu: dopo 15 minuti di shuttle, attraversando strade deserte e buie, con cani in mezzo alla strada e 7eleven sparsi qua e la, vidi un molo. Era quasi l’una e mezzo di notte, sentivo soltanto il rumore delle onde. Una piccola lampadina traballante fece strada e salii su di una long boat. Sinceramente non ero proprio a mio agio! Questi tizi non parlavano ovviamente una parola di Inglese e, dopo tutto, ero l’ennesima turista arrivata in Thailandia. La long boat partì e la paura fece spazio ad una sensazione stupenda: il panorama si apriva buio ma la luna disegnava la sagoma di ogni cosa. L’unico suono che sentivo era quello dell’acqua che sbatteva sulla long boat e l’unica cosa che intravedevo erano scogli, mangrovie e qualche luce qua e la dei resort, mentre passavo lungo la costa.

Arrivai davvero al resort con una faticaccia incredibile: era in alto e c’era una salita estrema per arrivarci ma che spettacolo. Non c’era altro che il verde della vegetazione tropicale attorno, uccelli qua e la e cartelli con su scritto “Vietato dare da mangiare alle scimmie”. Ero così entusiasta di essere in questo paradiso che dormii a stento e mi svegliai mentre l’alba iniziava a dar luce alle cose: la vista era davvero unica e sentii il mio cuore pieno di beatitudine.

E’ stato questo il viaggio più emozionante per me. Ho visto molti posti, sono stata fortunata in questo ma niente mi ha segnata come i monsoni, le scimmie e le long boat di Railay nella provincia di Krabi in Thailandia. Voglio dedicare dei ricordi sparsi a questi miei viaggi, voglio assaporarne ancora le emozioni buttandoli giù proprio qui.

Se ci provo e chiudo gli occhi, sono ancora là.

Ai ritorni

Esattamente un anno fa mi trovavo all’Aeroporto di Pudong di Shanghai. Ero a fare gli scongiuri per i miei bagagli, sperando non fossero troppo pesanti ma la Qatar, di tutte le compagnie che ho preso fino ad ora, mi ha sempre trattata bene. Eccedevo di 2/3 kg. D’altra parte stavo per affrontare il viaggio che avrei ricordato come il vero e proprio ritorno a casa.

Quando partii a gennaio 2017 non avevo niente da perdere: mi dissi “perché non provarci, mal che vada fallisco di nuovo e torno a casa”. E invece ho avuto grandi soddisfazioni in Cina tra studio e lavoro. Purtroppo però non tutto è oro quel che luccica e i visti, al mondo d’oggi, sono sempre più difficili da ottenere. Rientrai, quindi, con la voglia di sperare in un futuro nel mio paese che non ho mai rinnegato seppur ognuno di noi sappia quante falle abbia ma credete davvero che fuori dal nostro bel paese, negli altri stati, non ci siano problemi alla stessa maniera?

Aggiornai il mio Curriculum e presi in mano liste con su scritte tutte le agenzie di viaggio, gli hotel, le strutture ricettive in generale nelle province Toscane. Mi impuntai per lavorare nel settore turistico data la mia conoscenza del cinese. Feci qualche colloquio ma furono per lavori davvero sottopagati rispetto ai km che avrei dovuto percorrere. Ebbi l’opportunità di lavorare in una farmacia come interprete e poi, navigando sui siti del centro per l’impiego, vidi questo annuncio per l’aeroporto di Firenze. Sinceramente non sapevo di cosa si trattasse nello specifico ma inviai il mio Curriculum. Nel mio cervello dicevo “se mi chiamano per un colloquio, ci punto tutto!”. Fu proprio così.

In fin dei conti dopo un mese e qualche giorno, dopo diverse volte in cui mi ero già disperata credendo di non riuscire a trovare niente dato che gli annunci erano prettamente per laureati o ragazze in età di apprendistato, ebbi l’occasione da cento. Un giovedì, uscendo dalla farmacia dove lavoravo 6 ore a settimana, ricevetti una chiamata: “Ciao Lisa, sei stata selezionata per lavorare in aeroporto”. Iniziò a tremarmi la voce, poi le mani e poi… Oddio, hanno scelto me.

Oggi, dieci mesi dopo l’inizio di questa avventura, non aspetto altro che la chiamata per rientrare a lavoro. Oggi lo dico, spero ancora come un anno fa.